<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Rerum Vulgaria &#187; Racconti</title>
	<atom:link href="http://www.rerumvulgaria.com/category/racconti/feed" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.rerumvulgaria.com</link>
	<description>Una raccolta di pensieri, idee ed esperienze</description>
	<lastBuildDate>Sun, 06 Sep 2009 17:17:19 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.8</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>Un inverno</title>
		<link>http://www.rerumvulgaria.com/racconti/92/un-inverno</link>
		<comments>http://www.rerumvulgaria.com/racconti/92/un-inverno#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 09 Dec 2007 19:33:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daria</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rerumvulgaria.com/uncategorized/92/un-inverno</guid>
		<description><![CDATA[Un giorno se ne andò anche da lì.
Ad un certo punto scappava, non gli riusciva più di star fermo, di fare ogni giorno la stessa strada. Erano quei tempi in cui si iniziava a camminare e si andava. Si lasciava un posto per un altro, qualcosa si sarebbe trovato. Prendeva del tempo ma era anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un giorno se ne andò anche da lì.<br />
Ad un certo punto scappava, non gli riusciva più di star fermo, di fare ogni giorno la stessa strada. Erano quei tempi in cui si iniziava a camminare e si andava. Si lasciava un posto per un altro, qualcosa si sarebbe trovato. Prendeva del tempo ma era anche così semplice&#8230;<br />
Ogni tanto si domandava: perché non sono un pittore? o un fabbro? un musicista? Qualcosa di definito. No, non era così. Più volte si era detto ironico che doveva essere un camminatore, era l&#8217;unica cosa che gli veniva da fare, di cui avesse voglia per più di qualche stagione. Ma questo pensiero gli lasciava spesso un sorriso amaro.<br />
Così conosceva moltissime persone, ma con nessuna poteva legarsi davvero. Avevano sparso lacrime alle sue partenze, a volte anche lui, promesse di un ritorno, sincere. Dopo qualche giorno facevano sorridere per l&#8217;ingenuità.<span id="more-92"></span><br />
Era il periodo di raccolta delle castagne, la gente scendeva a valle.<br />
Anche lui si fermò: erano bei posti, o forse era solo l&#8217;autunno. Gli piaceva l&#8217;idea di lavorare nel bosco. I castagni avevano tronchi grossi e neri. “E&#8217; una piantagione molto vecchia.” le disse la ragazza con cui stava riempiendo il canestro. Si erano spostati in alto, dove i più anziani facevano fatica ad arrivare. “Si vede.”. Si soffermò su di lei: non l&#8217;aveva ancora guardata bene. “Non ricordo il tuo nome.” le disse. “Erica.”. Non poté più pensare i piccoli fiori senza pensare anche a lei.<br />
Il giorno dopo divisero ancora il grosso cesto. Provava piacere nel prendere in mano le castagne,  così lucide e lisce. C&#8217;era anche un buon odore di foglie bagnate. Ogni tanto lanciava una voce alla ragazza, all&#8217;inizio solo per sentire quel tono particolare. “Scendiamo ogni anno per la raccolta. Poi un po&#8217; ce le pagano e il resto lo portiamo a casa. Ci facciamo la farina.”. “Dove abitate?”. Lei si raddrizzò ad indicare al di là degli alberi: “Vedi quella montagna? Il versante dietro.”. Si fece dire della sua famiglia, di com&#8217;era il paese, ne aveva molte con sé di quelle descrizioni e le ricordava tutte.<br />
Quello era l&#8217;ultimo giorno di raccolta. Gli spiacque più del solito, quella ragazza era stata un compagnia piacevole e la trovava anche bella. Una di quelle bellezze che si mischia con quello che ha intorno, che non si prende tutto lo sguardo. Ma accadde che non dovesse lasciarla subito. Il fratello, conosciutolo, lo invitò a salire in montagna con loro, avevano bisogno di una mano.<br />
Accettò: sarebbe stato bello vedere le case in pietra, basse e accostate, le bestie al pascolo, e tutto quello che gli aveva descritto Erica. E vedere lei in mezzo a tutto.<br />
Fu felice di averlo fatto, l&#8217;aria era meravigliosa da respirare. Il giorno lavoravano, c&#8217;era da rifare il tetto prima della neve e poi la legna, le capre. La sera, faceva buio presto, stavano assieme davanti al camino e lo pregavano di raccontare loro cosa aveva fatto, come aveva vissuto. Gli piaceva come prima di andare a dormire lei gli stringeva la mano, senza che gli altri vedessero.<br />
Indugiava su di lei, non aveva ancora sentito il bisogno di ripartire. Rifletteva su questo mentre la guardava impastare il pane al mattino, gli occhi ancora pieni di sonno. Gli sarebbe piaciuto chiederle, parlare con lei sola.<br />
Così, senza nemmeno che lui se ne accorgesse, arrivò l&#8217;inverno e la neve. Davvero tanta neve. Ogni mattina, guardando fuori dalla finestra, non se ne capacitava. Era splendido, non aveva parole. Si lavorava di meno e così ritornò nelle gambe la frenesia, vecchia amica. “Non puoi andartene adesso.” gli dicevano il fratello e suo padre. “I passi sono bloccati, le strade non esistono più. Nessuno si muove per almeno due mesi.”. Anche la madre glielo diceva: “Qui sei il benvenuto. Rimani con noi anche per la prossima stagione.”. Vedeva Erica allargare un sorriso nascosto a queste parole e allora un po&#8217; si calmava.<br />
Ma in qualche modo doveva sfogare, non era da lui stare a guardare il fuoco. Iniziarono le passeggiate sulla neve. Si vedevano le sue tracce, sci o ciaspole, andare una volta da una parte, una volta dall&#8217;altra. Una mattina volle andare con lui anche Erica. Ne fu piacevolmente sorpreso, si sentì lieto come non lo era da molto. Camminare in quel silenzio, il ghiaccio e la neve, bianco e tranquillo, era una buona medicina. Erica lo portò a vedere uno scorcio di valle. Le disse di non aver mai conosciuto un azzurro più pulito. Lei sorrideva, le guance arrossate dal freddo e dalla camminata. Poi spostava incerta lo sguardo: “Almeno tu ne conosci altri. Io ho solo questo.”.<br />
Da quel giorno, ogni volta che c&#8217;era il sole, Erica lo accompagnava a camminare. Si spingevano nei luoghi più insoliti e meno frequentati, tornando a casa distrutti. Erica non parlava mai molto, doveva sempre invitarla lui. Stavano seduti su un tronco, godendo del sole: “Hai mai pensato a cosa farai?” chiese lui. “Vuoi rimanere sempre qui?”. Erica aveva scosso la testa: “Non lo so. E&#8217; difficile. Qui è splendido ma&#8230; mi sembrerebbe di perdermi molto non allontanadomene mai.”. “Già. Un posto è ancora più bello quando lo ritrovi dopo tanto tempo.”. Lei sollevò il viso come per dire qualcosa e la baciò, con calma. Le labbra erano calde, come le aveva immaginate.<br />
Era un periodo sereno come gliene erano capitati pochi. Doveva essere per Erica.<br />
Le camminate man mano si allungarono, avanzava per ore di proposito e lei sempre dietro. Iniziarono a tornare che imbruniva. Il resto della famiglia non diceva nulla, era chiaro che si fidavano di lui. Le giornate si allungarono impercettibilmente, ma loro rientravano che era ormai buio, guidati dal riverbero della neve. Erica non aveva mai mostrato paura. “Per forza, è casa mia!” gli aveva detto una volta ridendo.<br />
“Guarda: la neve si sta sciogliendo.” le fece notare lui un giorno. E lei un po&#8217; si rabbuiava facendolo sorridere dentro di sé. “I passi tra poco saranno liberi.” le disse un&#8217;altra volta prima di aprire la porta ed entrare. Allora lei gli si strinse contro: “Te ne vuoi andare, vero?”. “Sì che me ne andrò, tra non molto ormai.” e la abbracciava.<br />
Nella sua testa era chiaro che sarebbe partita con lui. L&#8217;idea di averla sempre al fianco gli dava un battito piacevole al cuore. Ma gli sembrava ogni giorno un po&#8217; più triste. “Cosa c&#8217;è?” le chiese un giorno. “Vorrei che la neve non si sciogliesse più e fosse sempre inverno. Così tu rimarresti qui con me.” disse Erica. Le carezzò la guancia: “Ma, sciocchina, tu verrai con me!”. Lo guardò dubbiosa.<br />
Lui era convinto, guardava ogni giorno il sole un po&#8217; più caldo, la neve un po&#8217; più bagnata. Le parlava di tutti i posti in cui sarebbero stati, quello che le avrebbe fatto vedere, mentre lei taceva. “Ma devi dirlo ai tuoi, non manca molto.” e lei annuiva.<br />
Poi un giorno le disse: “Erica, domani partiamo, è ora.”. Si sentiva ormai quasi oppresso da quelle montagne. Era felice di poter ancora camminare, di ripartire, era felice che ci fosse Erica. Ma lei disse piano: “Non lo so se voglio venire.”. “Oh, non ti preoccupare, starai con me.”. Ma il suo viso non si schiarì e lui iniziò a temere che non sarebbe venuta. Nonostante quello che le aveva detto e nonostante ciò che aveva detto lei.<br />
La sera disse alla famiglia che l&#8217;indomani sarebbe partito. Tutti se ne dolsero, lo pregarono di fermarsi ancora, di cambiare idea. Lui li ringraziò, ma insistette e intanto guardava Erica che teneva gli occhi pieni di lacrime sul fuoco. Più tardi se la vide arrivare nella sua stanza. “Erica, perché non hai detto nulla prima?” le chiese. Lei scosse forte la testa: “Perchè non rimani qui?”. La guardò sorpreso: “Non posso, lo sai. Te l&#8217;ho spiegato.”. Le lacrime le scendevano silenziose. “Io non posso venire!”. “Perchè no? Sì invece! E&#8217; tutto l&#8217;inverno che lo diciamo. Anche tu non volevi più star qui.”. Lei scuoteva la testa cocciuta: “Non posso. Come faccio? Rimani per favore!”. Allora lui capì e lo prese il dolore della disillusione. Aveva sbagliato, non era come aveva pensato. “Neanche io posso rimanere.” disse triste. “Sta a te decidere: domani potrai sempre venire con  me se ti va.” e la fece uscire gentilmente dalla stanza.<br />
Dormì male. Sapeva che sarebbe dovuto partire di nuovo solo.<br />
Al mattino erano tutti lì fuori per salutarlo. Erica aveva gli occhi rossi. Li ringraziò, aveva trascorso un bell&#8217;inverno, sì, li avrebbe ricordati con affetto. Guardò ancora una volta Erica che, muta, lo implorava. Scostò triste lo sguardo -non aveva proprio capito- e con sospiro pesante si voltò e riprese a camminare. Quando fu lontano si voltò: il cuore è sempre l&#8217;ultimo a smettere di credere alla felicità. Poi ripartì, pensando a quali fiori gli avrebbe portato la primavera.</p>
<p style="margin-bottom: 0in">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rerumvulgaria.com/racconti/92/un-inverno/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Una scoperta rubata</title>
		<link>http://www.rerumvulgaria.com/racconti/24/una-scoperta-rubata</link>
		<comments>http://www.rerumvulgaria.com/racconti/24/una-scoperta-rubata#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 10 Sep 2007 18:31:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rerumvulgaria.com/?p=24</guid>
		<description><![CDATA[
!-- 		@page { size: 21cm 29.7cm; margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 	-->
Fuori era buio. La macchina scorreva veloce la strada. Dentro era buio. Nulla solcava l&#8217;anima. Paul rifletteva. In quel modo che gli accadeva quando qualcosa lo stordiva. Gli occhi fissi sulla strada, i movimenti veloci e precisi che, anche se meccanici, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><meta name="GENERATOR" content="OpenOffice.org 2.0  (Linux)" /><meta name="CREATED" content="20040703;19003000" /><meta name="CHANGED" content="20060529;23040900" /></p>
<style type="text/css">!-- 		@page { size: 21cm 29.7cm; margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 	--></style>
<p style="margin-bottom: 0cm">Fuori era buio. La macchina scorreva veloce la strada. Dentro era buio. Nulla solcava l&#8217;anima. Paul rifletteva. In quel modo che gli accadeva quando qualcosa lo stordiva. Gli occhi fissi sulla strada, i movimenti veloci e precisi che, anche se meccanici, godevano di una certa scioltezza. Lui era altrove. Solo una lieve striatura di nervosismo nella guida rimaneva a testimoniare la sua presenza fisica nell&#8217;abitacolo. Le luci abbagliavano il parabrezza come il suo volto, rimanendo indenni, estranee a questo strano essere ed a suoi problemi. Tornava a casa. Aveva litigato con quella che pensava sarebbe stata la madre dei suoi figli. Di averla per moglie non gli interessava molto. Nella sua giovinezza scontava la colpa di una sensibilità ed un intelligenza fuori dal comune. La strada si faceva più tortuosa e stretta, solitaria nella parte vecchia del paese che stava attraversando. Da un tratto mentre percorreva una curva e le ruote fischiavano lievemente su di un ramo tagliato contro la luna vide un gufo. E capì. In un istante era riuscito ad afferrare l&#8217;assoluto, il suo assoluto. Aveva capito il comportamento di lei, le sue motivazioni. Avevano giocato uno strano rito, ognuno legato da regole non scritte, impauriti da loro stessi. Non esisteva nessun problema, il mondo avrebbe continuato a risplendere della sua luce. Era felice, sorrise mentre tornava a guardare la strada. L&#8217;ultima cosa che vide fu l&#8217;altra auto che cercava di evitarlo cambiando corsia.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rerumvulgaria.com/racconti/24/una-scoperta-rubata/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Finestra</title>
		<link>http://www.rerumvulgaria.com/racconti/11/finestra</link>
		<comments>http://www.rerumvulgaria.com/racconti/11/finestra#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 07 Jun 2007 18:55:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daria</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rerumvulgaria.com/?p=11</guid>
		<description><![CDATA[
 	
Da quando quella sera aveva guardato nella sua finestra, era tornato molte e molte altre volte.
Ogni volta che si trovava a passare per quel paese, ci si perdeva dietro e si fermava un paio di giorni.
Di giorno sperava di incrociarla per le strade polverose, e di sera si spingeva fino a casa sua, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><meta http-equiv="CONTENT-TYPE" content="text/html; charset=utf-8" /><title></title><meta name="GENERATOR" content="OpenOffice.org 2.0  (Linux)" /><meta name="AUTHOR" content="Sconosciuto" /><meta name="CREATED" content="20060823;16392800" /><meta name="CHANGEDBY" content="Daria" /><meta name="CHANGED" content="20070416;19564300" /></p>
<style type="text/css"> 	<!-- 		@page { size: 8.27in 11.69in; margin: 0.79in } 		P { margin-bottom: 0.08in } 	--></style>
<p><font face="URW Bookman L">Da quando quella sera aveva guardato nella sua finestra, era tornato molte e molte altre volte.<br />
Ogni volta che si trovava a passare per quel paese, ci si perdeva dietro e si fermava un paio di giorni.<br />
Di giorno sperava di incrociarla per le strade polverose, e di sera si spingeva fino a casa sua, ma solo se era già abbastanza buio, e in piedi di fianco alla finestra, cercava di guardare dentro alla stanza, senza farsi vedere, per non spaventarla.<br />
D&#8217;estate la finestra era aperta e poteva sentire anche i rumori spegnersi poi nel chiarore persistente, e il bosco mormorava nero. Oppure nella pioggia fine che fermava la polvere. D&#8217;inverno si scaldava le mani alitandoci dentro e la stanza era viva per il fuoco del camino. Allora il bosco era nudo e le stellate limpide.<br />
Una volta si era affacciata e aveva visto la sua mano sul davanzale, l&#8217;aveva sentita respirare. E in estate c&#8217;era sempre un vaso con i fiori.<br />
Lui andava e veniva e lei non lo aveva mai visto.</font><span id="more-11"></span><br />
<font face="URW Bookman L"> Viveva da sola in quella piccola casa, un po&#8217; discosta dal paese, non l&#8217;aveva mai vista in compagnia. E anche in paese, l&#8217;aveva incrociata solo due volte; ma lui non era sempre lì.<br />
Ogni volta che doveva fare quella strada, tra le montagne morbide, diventava felice e un po&#8217; ansioso di arrivare.<br />
Una volta che era molto che non passava, aveva il cuore che batteva veloce. Chissà se è ancora lì, si diceva, se sta bene, se si è tagliata i capelli. Solo quando l&#8217;aveva vista il cuore si era calmato e si era seduto sotto la finestra sorridendo.<br />
Fantasticava anche su come si potesse chiamare. Doveva avere un nome leggero, pensava, come quello di un fiore. O un nome breve e liscio.<br />
Non aveva mai provato a parlarle. A bussare. A fermarla per strada. Poteva chiedere qualcosa in paese, ma avrebbe sollevato dei sospetti, ed era meglio non dare nell&#8217;occhio.<br />
E quando se ne doveva andare ogni pochi passi si girava verso la casa, finché non spariva protetta dai tronchi. E poi ancora si girava a guardare il paese, finché non era nascosto dal pendio, e poi guardava la montagna coperta dal bosco, e cercava di imprimersi tutto in mente, le luci, i colori, l&#8217;aria.<br />
Spesso, prima di arrivare a quella finestra, si fermava sul ciglio della strada e guardava i fiori. Ce n&#8217;erano di gialli, viola e bianchi, ma non ne conosceva i nomi. Pensava di coglierne un mazzo per farglielo trovare il mattino dopo. Ma poi storceva la bocca dicendosi che era proprio un&#8217;idea stupida e che a lei non sarebbe piaciuta.<br />
Anche quella sera -era piena estate- si fermò a guardarli, ma poi non li toccò nemmeno.<br />
Il crepuscolo stava per morire e quando arrivò alla casa vide che non c&#8217;era nessuno, non c&#8217;era nemmeno una luce all&#8217;interno.<br />
Allora, come altre volte, si nascose pochi metri più in là e aspettò, seduto contro un faggio. La vide arrivare dal sentiero del bosco, la gonna che sfiorava il ginocchio, i sandali di cuoio, i capelli sciolti. Pensò di alzarsi, andarle incontro e salutarla, e poi raccontarle  di tutto questo e guardare il suo viso sorprendersi e sorridere. Rimase seduto. Poi si avvicinò alla finestra.<br />
C&#8217;erano due candele accese, una sul tavolo, una sulla mensola del camino. La guardò muoversi da una stanza all&#8217;altra -conosceva il suo modo di camminare. Anche i gesti gli erano familiari, sapeva cosa c&#8217;era in quell&#8217;armadio di fianco alla porta. La mattina dopo sarebbe ripartito. Ma non gli pesava, dopo pochi giorni sarebbe dovuto tornare indietro da lì. Ma perché non entrava a fare due chiacchiere? Sì, già se l&#8217;immaginava, lei che gli chiedeva guardandolo con gli occhi grigio-azzurri:”E fai qualche lavoro?”. Non gli sarebbe piaciuto dover rispondere.<br />
Era meglio lasciarla in pace. Forse era anche meglio non passare più di lì, non era sicuro essere abitudinario. Ma non poteva farci nulla, era attratto da quel posto, così calmo, così pulito. Aveva un suo sapore e lui cercava di ricordarselo quando era lontano, cercava di ritrovare quella calma.<br />
Una volta, era inverno, camminava per una strada deserta, nell&#8217;aria tagliente in mezzo ai campi, e aveva sentito odore di caldarroste. Aveva sorriso pensando che erano quelle che mangiava lei, bevendoci dietro il latte spesso.<br />
Il muro era tiepido, l&#8217;aria piacevole e lui si assopì dandole la buona notte, felice che fosse a pochi metri da lui.<br />
Il cielo era appena chiaro quando si svegliò. Controllò quello che aveva nello zaino e poi se lo sistemò sulle spalle. Sorrise alla bella giornata e s&#8217;incamminò, pensando che questa volta sarebbe tornato presto. Gli uccelli sugli alberi erano quasi assordanti.<br />
Camminava rapido e senza fatica, sotto le fronde che giocavano con la luce. Anche questa volta non ebbe problemi a passare il confine e consegnò ciò che doveva. Ora doveva tornare indietro per prendere il secondo carico. Era seduto su un sasso sulla riva del fiume e schizzi d&#8217;acqua fresca gli bagnavano i piedi nudi. Sentiva il sole penetrargli sotto la pelle, caldo, e aprì e chiuse la mano abbronzata, guardando i tendini e i muscoli contrarsi e rilassarsi. Un martin pescatore gli saettò accanto e sorrise d&#8217;entusiasmo. Ma subito il sorriso gli morì: avrebbe voluto che qualcun&#8217; altro lo vedesse assieme a lui, sentire un altro agitarsi per quello che aveva visto anche lui. Si alzò e ritornò sulla strada che portava al paese tra le montagne e camminando ritrovò un po&#8217; di buonumore.<br />
Ma poco dopo fu fermato da due guardie del confine. Gli dissero che stavano facendo dei controlli più severi, per colpa dei contrabbandieri. Sai ragazzo sono particolarmente attivi in questo periodo. Lo perquisirono e gli frugarono nello zaino, ma lui era a posto, aveva già consegnato. Una delle guardie lo fissava con fare irritante. Lo lasciarono andare e riprese a camminare, a salire sul pendio boscoso.<br />
Arrivò al paese che era già buio e la prima casa era quella di lei. Sorrise. Aveva fame. Mangiò il pane e il formaggio e poi la mela croccante, seduto sulla staccionata della strada, esattamente davanti alla finestra illuminata. Il buio lo nascondeva e osservava non visto.<br />
Il suo volto, come sempre, gli dava una sensazione di calma che si diffondeva fin nei muscoli. La finestra era aperta e la vedeva di profilo, mentre era in piedi vicino al tavolo, ma non capiva cosa stava facendo. La luce delle candele era morbida, gli era sempre piaciuta.<br />
Non sapeva quanto era rimasto a guardare, ma la vide andare alla porta. In un attimo si addossò al faggio scuro, sotto le sue fronde c&#8217;era il buio di un abisso. La vide sedersi sulla soglia, debolmente rischiarata alle spalle, e guardare il cielo. Posò anche la testa sul tronco e chiuse gli occhi qualche minuto, respirando l&#8217;odore della notte, lo stesso che pochi metri più in là anche lei sentiva. Non la vedeva intuiva solo la sua sagoma. Rimase lì seduta non si sa quanto tempo e per  tutto quel tempo un ragazzo la guardava dall&#8217;oscurità di un faggio.<br />
Intuì che rabbrividiva e la vide alzarsi e chiudersi la porta alle spalle. Poi la vide ancora nella finestra spegnere una candela e allontanarsi con l&#8217;altra. Il buio allora poté entrare.<br />
Sospirò e riprese il suo cammino. Era meglio non fermarsi.<br />
Lo pagarono e gli consegnarono il nuovo carico e si avviò di nuovo verso il confine.<br />
Ma non  lo raggiunse. Tre guardie lo fermarono, guardarono nel suo zaino e lo arrestarono. Alcune lacrime di rabbia gli bagnarono il viso. Prima di portarlo in prigione gli chiesero molte cose. Ad alcune rispose ad altre no, non sapeva bene, continuava a pensare a quella sagoma silenziosa sulla porta, che guardava le stelle.<br />
Chiuso nella cella -lui, che camminava sempre sulla neve e sull&#8217;erba- non sapeva quanto tempo fosse passato. Ma quando sarebbe uscito sarebbe andato da lei e allora forse l&#8217;avrebbe salutata.<br />
Un giorno, finalmente, lo lasciarono andare, dopo tre anni, gli dissero.<br />
Ancora sulla strada, sotto la pioggia del primo autunno. Il bosco era scialbo. Andò e mentre andava si diceva che non avrebbe trovato più nessuno, chissà cos&#8217;era successo nel frattempo. Ma subito dopo diceva perché? non è detto, cosa sarebbe dovuto cambiare?<br />
Ma quando arrivò nella piazza del paese sembrava che il cuore volesse uscirgli dal petto. Non pioveva più, c&#8217;era un sole ancora piacevolmente caldo. Bevve lunghe sorsate alla fontana e andò verso la casa. Il paese era sempre uguale e anche la casa quando la vide da lontano.<br />
Si avvicinò e si sentì spossato: era chiaro che lì non c&#8217;era nessuno, già da un po&#8217;. L&#8217;erba aveva avuto il tempo di crescere davanti alla porta, il davanzale di legno era marcito perché non era più stato asciugato. Sedette sotto la finestra, sotto il sole, e posò la testa sulle ginocchia. Dopo provò ad aprire la porta e la porta si aprì. Entrò cercando di non fare rumore, come se qualcuno avesse potuto sentirlo. Nella stanza che conosceva così bene era rimasto il tavolo con due sedie, e il camino annerito e inutile. Era tutto vuoto e spoglio, come si sentiva lui nel petto. Poi aprì la porta dell&#8217;altra stanza, che non aveva mai visto: lo scheletro di un letto e un cassapanca. La aprì: lo stesso odore di polvere vecchia e basta.<br />
Se n&#8217;era andata.<br />
Il sole ormai era tramontato e il cielo era arancione. Non se n&#8217;era accorto di essere rimasto così a lungo.<br />
Dormì fuori e il giorno dopo tornò al paese. Entrò dal panettiere. Mentre la donna dietro il bancone gli pesava il pane, gli disse che sapeva solo che quella ragazza se n&#8217;era andata e la casa non era venuta a vederla nessuno. Lui era forse un parente? No. Comunque nessuno ci teneva ad andare in quella casa, almeno del paese. Quella ragazza era strana, non dava mai corda a nessuno, era gentile ed educata, ma rispondeva a monosillabi. E poi era sempre da sola, non aveva parenti che sapessero, chissà da dove saltava fuori&#8230; Ringraziò la donna interrompendo il fiume di parole e uscì. Si fermò un attimo stringendo gli occhi per il sole, vide il prete entrare in chiesa e lo raggiunse. Nella fresca penombra l&#8217;uomo gli disse anche lui che quella ragazza era partita senza dire nulla a chicchessia e aggiunse che era stato un sollievo. Perché? Bé, era strana, stava sempre da sola, se le parlavi rispondeva gentilmente, ma si vedeva negli occhi qualcosa di male, come dire, una compassione mista ad ironia. Era un po&#8217; imbarazzato nel pronunciare quelle frasi. E poi non andava in chiesa, aggiunse a mo&#8217; di scusa. Nessuno aveva legato con lei e in paese veniva solo a portare le erbe al farmacista e al droghiere. Lui sorrideva dentro di sé a queste informazioni. Ma se n&#8217;era andata.<br />
Mangiò il pane su una panchina vicino alla fontana, vide passare due carri colmi di uva vendemmiata che lasciava il suo odore pungente. Ne chiese un grappolo da mangiare con il pane e glielo diedero.<br />
Il sole gli fece maturare un pensiero.<br />
Andò dal falegname e gli chiese se poteva venire a vedere un davanzale, all&#8217; ultima casa, quella tra i primi alberi del bosco. Quello prima scosse la testa, poi sospirò e annuì: sarebbe venuto l&#8217;indomani, disse guardando gli occhi scuri del ragazzo.<br />
Nei giorni seguenti pulì le due stanze, tagliò l&#8217;erba, riassestò il pozzo, raccolse la legna e intanto pensava. All&#8217;inizio voleva cercarla, ma dove? Era folle.<br />
Si passò il braccio sulla bocca salata di sudore e sorrise mesto. Ormai la casa era a posto. Mancava una cosa sola. Prese il pezzo di legno dipinto appoggiato sul tavolo e uscì. Lo appese a lato della porta. “Danae“, c&#8217;era scritto. Un nome breve e liscio. L&#8217;aveva saputo dal prete.<br />
Rientrò in casa, nella sera avanzante, accese due candele. Quando sarebbe tornata avrebbe così saputo di essere attesa. Perché era sicuro che sarebbe successo, avrebbe voluto rivedere quei posti, quei boschi selvaggi.<br />
Si avvicinò alla finestra e, questa volta, guardò fuori.</font></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rerumvulgaria.com/racconti/11/finestra/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
