Percezioni

Stavo pensando alla musica, cioè che mi piace ascoltare un determinato tipo di musica. Per contrasto ho pensato a quella che normalmente passano alla radio o in programmi tipo Festivalbar. Quest’ultima musica può essere, e viene definita commerciale. La stessa cosa per la letteratura. Quella carta stampata che di solito esce sotto Natale, i best-sellers, l’ultima novità del tal fregno… è definita commerciale. Non da me, dai suoi stessi autori. Chi sviluppa opere commerciali non ha in realtà nulla da dire; il suo scopo è già esplicitato dal nome del genere.

C’è poi un’altra produzione, molto più discreta nel manifestarsi al pubblico. Opere che hanno un valore intrinseco per la loro stessa origine, in quanto nascono dall’esigenza di dire qualcosa. Leggi, ascolti, guardi e ti rimane qualcosa… che ti torna poi improvvisamente facendo altro, vedendo un paesaggio o sentendo un odore. Ci pensi senza quasi accorgertene. Se non hai nulla da dire non rimarrà nulla, per quanto abilmente architettato.

Per quanto mi riguarda non è nemmeno possibile paragonare le due categorie. Ma la cosa che più mi sconcerta è che la gente non veda la diversità. Se non si trova molta differenza tra Stendhal e Cussler, o si legge con la stessa leggerezza Pavese e King. Se si ascoltano con indiffrenza Clapton e i Velvet o chi per loro… Se si apprezza “C’era una volta in America” e poi si guarda “Harry Potter”… Allora non ho più nulla da dire, mi si leva ogni speranza, perchè non si può spiegare o insegnare con parole razionali quella che si avvicina di più ad una percezione dell’anima.

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