Leggere, un godimento

Oggi mi è ricapitato in mano “La luna e i falò” di Pavese e ne ho letti alcuni brani.
E allora mi è venuto da pensare: ma che cos’è leggere? Uno dei più grandi piaceri che mi sono concessi, toccare un libro, sentire la grana della carta. E poi una volta che ho iniziato, basta, vado in un mondo che ha creato qualcun’altro.
Una pausa, uno stacco dalla quotidinità, o un rifugio, la cui necessità forse risale ad un’infanzia piuttosto solitaria.
Mi piace guardare i libri sullo scaffale della camera e sapere quello che c’è scritto dentro e vedere quale immagine mi ritorna di ognuno.
Leggere alcuni libri dà proprio godimento. Non sono mai riuscita a spiegarmi come ci si possa privare di una tale sensazione; forse è solo che non la si conosce. Quando sto alzata finchè non mi si chiudono gli occhi, perché voglio leggere un’altra pagina, quando tiro fino all’ultimo il momento in cui devo uscire per avere ancora qualche riga. E voglio finirlo e vorrei che non finisse. E’ questo misto di dolore per il termine di qualcosa e la soddisfazione di conoscere che rende tutto così bello!
Hai le facce in testa, le voci, l’aria e ti tornano nelle giornate, fai confronti. E come sapere di molte vite. E la smania di iniziare quello nuovo… è una droga con le carte in regola.
Mi hanno probabilmente salvata dal diventare una persona terribile. Fin da piccola, io avevo i libri. M avete notato che la letteratura per ragazzi è scarsa? (Non pensate nemmeno ad Harry Potter per favore! Anche i pre-teenagers adesso sono un enorme buisness. Che tristezza…). Facevo una fatica tremenda a trovare qualcosa di decente, ma mi sono rimaste alcune perle, che leggendole anche adesso non hanno perso il loro sapore (Esempio: “Ronja” della Lindgren, l’autrice di Pippi Calzelunghe).
E poi a seconda del periodo della vita in cui lo si legge, un libro cambia completamente. Ne ho riletti a distanza, cose che avevo magari abbandonato, ed erano divenuti altro. Bello! Mi è successo per esempio con “Notturno indiano” di Tabucchi, o “La coscienza di Zeno” di Svevo.
E’ chiaro che non per tutti i libri funziona così. Ad alcuni non si può nemmeno dare questa definizione. Io dico “carta da riciclo”, ma non vale la pena di parlarne. E di letteratura che sto parlando, di quello che esce dalla necessità di dire qualcosa.
Mi viene per esempio in mente “Narciso e Boccadoro” (Hesse) con quelle splendide frasi, che rileggi due volte da quanto sono belle, e io che mi sono persa per Narciso… Oppure “La nausea” (Sartre) e lo sgomento e il timore di vedere delle somiglianze con me. “Le opinioni di un clown” (Boll) e tutta l’ironia che c’è dentro. “Paesi tuoi” (Pavese) che trasuda sole e sangue. Ma Pavese è un altro discorso, penso che scriverò qualcosa solo su di lui. Potrei continuare ancora per un po’, ma non è il caso, però ragazzi, meno male che si può leggere…

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