“Narciso e Boccadoro”, Hesse

Non riesco a trovare parole adatte e che rendano giustizia a questo romanzo, quindi ho pensato di riportarne un passo. E’ stata dura scegliere quale mettere, ma mica potevo copiarlo tutto o raccontarvi il finale. Per me dovrebbe essere in tutte le case, e non come la Bibbia che di solito fa da soprammobile, ma come libro da aprire ogni tanto e leggerne un po’, giusto per ricordarsi di un paio di cose e riportarle alla loro dovuta dimensione.
La caducità, la sua bellezza che strazia ma è necessaria perché sia tale, il bello, il dolore, il tempo… Hesse per dirci cosa ne pensa mette insieme una storia e dei personaggi a cui io ho regalato l’anima, ogni volta che ci penso mi sento una ragazzina stupida perché inizio a elencare i nomi, i luoghi non senza una vena di isteria amorosa. Magari se lo leggete potete poi dirmi se esagero…

“… Nulla vedevano, nulla li commoveva! Tutti erano soddisfatti o affaccendati, avevano interesse, avevano fretta, gridavano ridevano, si ruttavano in faccia, facevan chiasso, facevan dello spirito, urlavano per due soldi, e tutti stavano bene, tutti erano in regola, soddisfattissimi di sé e del mondo. Porci erano, ah, molto peggio, molto più sozzi dei porci! Anch’egli, è vero, era stato spesso in mezzo a loro e s’era sentito contento fra i suoi simili ed aveva fatto la corte alle ragazze ed aveva mangiato ridendo senza orrore i pesci arrostiti. Ma poi sempre, talora tutt’a un tratto come per incanto, la gioia e la tranquillità l’avevano abbandonato e quell’illusione grassa e corpacciuta era caduta dal suo spirito, quella soddisfazione di sé, quell’importanza e quella calma stagnante dell’anima, e s’era sentito trascinare via nella solitudine e nella fantasticheria tormentata, spinto alla vita vagabonda, alla contemplazione del dolore, della morte, dell’incertezza d’ogni attività, costretto a fissar gli occhi nell’abisso. Talvolta allora da quel suo disperato abbandono alla visione dell’assurdo e del pauroso gli era sbocciata una gioia improvvisa, un innamoramento appassionato, la voglia di cantare una canzone o di disegnare; oppure, odorando un fiore, giocando con un gatto, gli era tornato l’accordo ingenuo con la vita. Anche questa volta sarebbe tornato, domani o dopodomani, e il mondo sarebbe stato di nuovo buono e meraviglioso: fino a quando non ritornasse un’altra volta la tristezza, la fantasticheria tormentosa, l’amore opprimente e senza speranza per i pesci moribondi, per i fiori che appassiscono, l’orrore per il quieto vivere degli uomini, sozzo ed ottuso, per il loro stare a bocca aperta e non vedere. …”

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