Ripensando a questo libro la prima sensazione che mi torna è di una piacevole malinconia. C’è sempre un momento perfetto per leggere i libri, e credo che con questo io abbia avuto la fortuna di centrarlo. A tratti ha toni quasi da favola, altre volte è crudele, senza però mai perdere la poesia e la grazia e la forza evocativa delle parole semplici. L’ho letto a 14 anni e la foresta e la vita che vi si conduceva spiegata dal di dentro come fa l’autore hanno avuto una forte presa su di me. Mi faceva venire rabbia il fatto che per colpa dell’ignoranza dei gringos quel vecchio si trovasse costretto a cacciare la femmina di tigrillo. Che stupidi! pensavo, ma nello stesso tempo leggevo ammirata della rassegnazione del protagonista, vederlo fare una cosa perché andava fatta e non si poteva fare altrimenti.
Per me rientra nei libri che vanno assolutamente letti, magari quando si è ancora giovani.“Antonio José Bolìvar Proano non pensò mai alla parola libertà, ma la godeva a sua piacimento nella foresta. Per quanto cercasse di far rivivere il suo progetto di odio, continuava a sentirsi bene in quel mondo, finchè pian piano dimenticò, sedotto da quei luoghi senza confini né padroni.
Mangiava quando aveva fame. Sceglieva i frutti più saporiti, rifiutava di prendere certi pesci perché gli sembravano lenti, seguiva le tracce di un animale selvatico e quando l’aveva a tiro di cerbottana il suo appetito cambiava idea.
Al calar della notte, se desiderava stare solo si sdraiava sotto una canoa, se invece aveva bisogno di compagnia cercava gli shuar.”