Una smania di uscire
e stare sull’erba,
sentire l’odore umido salire con la notte
toccando la tiepida corteccia – manca un’altra pelle -
con il merlo più sopra che canta.
Sparire dentro al buio, con i rami
e tornare nell’aurora
con il sangue fresco e riposato di linfa,
che non ricordi l’anelito, la sete,
il vuoto languore pulsante,
con il merlo più sopra che canta.
E’ il crepuscolo che tormenta
e a maggio bacia l’eterno,
e il merlo che canta fa crescere spine.
Non è giorno, non è sera
è un chiaro che inganna e smarrisce,
uno scrutare l’aria tra le fronde
tesi a una voce conosciuta,
a un passo leggero come la nebbia.
Ma non c’è altro che il merlo che canta.