Da quando quella sera aveva guardato nella sua finestra, era tornato molte e molte altre volte.
Ogni volta che si trovava a passare per quel paese, ci si perdeva dietro e si fermava un paio di giorni.
Di giorno sperava di incrociarla per le strade polverose, e di sera si spingeva fino a casa sua, ma solo se era già abbastanza buio, e in piedi di fianco alla finestra, cercava di guardare dentro alla stanza, senza farsi vedere, per non spaventarla.
D’estate la finestra era aperta e poteva sentire anche i rumori spegnersi poi nel chiarore persistente, e il bosco mormorava nero. Oppure nella pioggia fine che fermava la polvere. D’inverno si scaldava le mani alitandoci dentro e la stanza era viva per il fuoco del camino. Allora il bosco era nudo e le stellate limpide.
Una volta si era affacciata e aveva visto la sua mano sul davanzale, l’aveva sentita respirare. E in estate c’era sempre un vaso con i fiori.
Lui andava e veniva e lei non lo aveva mai visto.
Viveva da sola in quella piccola casa, un po’ discosta dal paese, non l’aveva mai vista in compagnia. E anche in paese, l’aveva incrociata solo due volte; ma lui non era sempre lì.
Ogni volta che doveva fare quella strada, tra le montagne morbide, diventava felice e un po’ ansioso di arrivare.
Una volta che era molto che non passava, aveva il cuore che batteva veloce. Chissà se è ancora lì, si diceva, se sta bene, se si è tagliata i capelli. Solo quando l’aveva vista il cuore si era calmato e si era seduto sotto la finestra sorridendo.
Fantasticava anche su come si potesse chiamare. Doveva avere un nome leggero, pensava, come quello di un fiore. O un nome breve e liscio.
Non aveva mai provato a parlarle. A bussare. A fermarla per strada. Poteva chiedere qualcosa in paese, ma avrebbe sollevato dei sospetti, ed era meglio non dare nell’occhio.
E quando se ne doveva andare ogni pochi passi si girava verso la casa, finché non spariva protetta dai tronchi. E poi ancora si girava a guardare il paese, finché non era nascosto dal pendio, e poi guardava la montagna coperta dal bosco, e cercava di imprimersi tutto in mente, le luci, i colori, l’aria.
Spesso, prima di arrivare a quella finestra, si fermava sul ciglio della strada e guardava i fiori. Ce n’erano di gialli, viola e bianchi, ma non ne conosceva i nomi. Pensava di coglierne un mazzo per farglielo trovare il mattino dopo. Ma poi storceva la bocca dicendosi che era proprio un’idea stupida e che a lei non sarebbe piaciuta.
Anche quella sera -era piena estate- si fermò a guardarli, ma poi non li toccò nemmeno.
Il crepuscolo stava per morire e quando arrivò alla casa vide che non c’era nessuno, non c’era nemmeno una luce all’interno.
Allora, come altre volte, si nascose pochi metri più in là e aspettò, seduto contro un faggio. La vide arrivare dal sentiero del bosco, la gonna che sfiorava il ginocchio, i sandali di cuoio, i capelli sciolti. Pensò di alzarsi, andarle incontro e salutarla, e poi raccontarle di tutto questo e guardare il suo viso sorprendersi e sorridere. Rimase seduto. Poi si avvicinò alla finestra.
C’erano due candele accese, una sul tavolo, una sulla mensola del camino. La guardò muoversi da una stanza all’altra -conosceva il suo modo di camminare. Anche i gesti gli erano familiari, sapeva cosa c’era in quell’armadio di fianco alla porta. La mattina dopo sarebbe ripartito. Ma non gli pesava, dopo pochi giorni sarebbe dovuto tornare indietro da lì. Ma perché non entrava a fare due chiacchiere? Sì, già se l’immaginava, lei che gli chiedeva guardandolo con gli occhi grigio-azzurri:”E fai qualche lavoro?”. Non gli sarebbe piaciuto dover rispondere.
Era meglio lasciarla in pace. Forse era anche meglio non passare più di lì, non era sicuro essere abitudinario. Ma non poteva farci nulla, era attratto da quel posto, così calmo, così pulito. Aveva un suo sapore e lui cercava di ricordarselo quando era lontano, cercava di ritrovare quella calma.
Una volta, era inverno, camminava per una strada deserta, nell’aria tagliente in mezzo ai campi, e aveva sentito odore di caldarroste. Aveva sorriso pensando che erano quelle che mangiava lei, bevendoci dietro il latte spesso.
Il muro era tiepido, l’aria piacevole e lui si assopì dandole la buona notte, felice che fosse a pochi metri da lui.
Il cielo era appena chiaro quando si svegliò. Controllò quello che aveva nello zaino e poi se lo sistemò sulle spalle. Sorrise alla bella giornata e s’incamminò, pensando che questa volta sarebbe tornato presto. Gli uccelli sugli alberi erano quasi assordanti.
Camminava rapido e senza fatica, sotto le fronde che giocavano con la luce. Anche questa volta non ebbe problemi a passare il confine e consegnò ciò che doveva. Ora doveva tornare indietro per prendere il secondo carico. Era seduto su un sasso sulla riva del fiume e schizzi d’acqua fresca gli bagnavano i piedi nudi. Sentiva il sole penetrargli sotto la pelle, caldo, e aprì e chiuse la mano abbronzata, guardando i tendini e i muscoli contrarsi e rilassarsi. Un martin pescatore gli saettò accanto e sorrise d’entusiasmo. Ma subito il sorriso gli morì: avrebbe voluto che qualcun’ altro lo vedesse assieme a lui, sentire un altro agitarsi per quello che aveva visto anche lui. Si alzò e ritornò sulla strada che portava al paese tra le montagne e camminando ritrovò un po’ di buonumore.
Ma poco dopo fu fermato da due guardie del confine. Gli dissero che stavano facendo dei controlli più severi, per colpa dei contrabbandieri. Sai ragazzo sono particolarmente attivi in questo periodo. Lo perquisirono e gli frugarono nello zaino, ma lui era a posto, aveva già consegnato. Una delle guardie lo fissava con fare irritante. Lo lasciarono andare e riprese a camminare, a salire sul pendio boscoso.
Arrivò al paese che era già buio e la prima casa era quella di lei. Sorrise. Aveva fame. Mangiò il pane e il formaggio e poi la mela croccante, seduto sulla staccionata della strada, esattamente davanti alla finestra illuminata. Il buio lo nascondeva e osservava non visto.
Il suo volto, come sempre, gli dava una sensazione di calma che si diffondeva fin nei muscoli. La finestra era aperta e la vedeva di profilo, mentre era in piedi vicino al tavolo, ma non capiva cosa stava facendo. La luce delle candele era morbida, gli era sempre piaciuta.
Non sapeva quanto era rimasto a guardare, ma la vide andare alla porta. In un attimo si addossò al faggio scuro, sotto le sue fronde c’era il buio di un abisso. La vide sedersi sulla soglia, debolmente rischiarata alle spalle, e guardare il cielo. Posò anche la testa sul tronco e chiuse gli occhi qualche minuto, respirando l’odore della notte, lo stesso che pochi metri più in là anche lei sentiva. Non la vedeva intuiva solo la sua sagoma. Rimase lì seduta non si sa quanto tempo e per tutto quel tempo un ragazzo la guardava dall’oscurità di un faggio.
Intuì che rabbrividiva e la vide alzarsi e chiudersi la porta alle spalle. Poi la vide ancora nella finestra spegnere una candela e allontanarsi con l’altra. Il buio allora poté entrare.
Sospirò e riprese il suo cammino. Era meglio non fermarsi.
Lo pagarono e gli consegnarono il nuovo carico e si avviò di nuovo verso il confine.
Ma non lo raggiunse. Tre guardie lo fermarono, guardarono nel suo zaino e lo arrestarono. Alcune lacrime di rabbia gli bagnarono il viso. Prima di portarlo in prigione gli chiesero molte cose. Ad alcune rispose ad altre no, non sapeva bene, continuava a pensare a quella sagoma silenziosa sulla porta, che guardava le stelle.
Chiuso nella cella -lui, che camminava sempre sulla neve e sull’erba- non sapeva quanto tempo fosse passato. Ma quando sarebbe uscito sarebbe andato da lei e allora forse l’avrebbe salutata.
Un giorno, finalmente, lo lasciarono andare, dopo tre anni, gli dissero.
Ancora sulla strada, sotto la pioggia del primo autunno. Il bosco era scialbo. Andò e mentre andava si diceva che non avrebbe trovato più nessuno, chissà cos’era successo nel frattempo. Ma subito dopo diceva perché? non è detto, cosa sarebbe dovuto cambiare?
Ma quando arrivò nella piazza del paese sembrava che il cuore volesse uscirgli dal petto. Non pioveva più, c’era un sole ancora piacevolmente caldo. Bevve lunghe sorsate alla fontana e andò verso la casa. Il paese era sempre uguale e anche la casa quando la vide da lontano.
Si avvicinò e si sentì spossato: era chiaro che lì non c’era nessuno, già da un po’. L’erba aveva avuto il tempo di crescere davanti alla porta, il davanzale di legno era marcito perché non era più stato asciugato. Sedette sotto la finestra, sotto il sole, e posò la testa sulle ginocchia. Dopo provò ad aprire la porta e la porta si aprì. Entrò cercando di non fare rumore, come se qualcuno avesse potuto sentirlo. Nella stanza che conosceva così bene era rimasto il tavolo con due sedie, e il camino annerito e inutile. Era tutto vuoto e spoglio, come si sentiva lui nel petto. Poi aprì la porta dell’altra stanza, che non aveva mai visto: lo scheletro di un letto e un cassapanca. La aprì: lo stesso odore di polvere vecchia e basta.
Se n’era andata.
Il sole ormai era tramontato e il cielo era arancione. Non se n’era accorto di essere rimasto così a lungo.
Dormì fuori e il giorno dopo tornò al paese. Entrò dal panettiere. Mentre la donna dietro il bancone gli pesava il pane, gli disse che sapeva solo che quella ragazza se n’era andata e la casa non era venuta a vederla nessuno. Lui era forse un parente? No. Comunque nessuno ci teneva ad andare in quella casa, almeno del paese. Quella ragazza era strana, non dava mai corda a nessuno, era gentile ed educata, ma rispondeva a monosillabi. E poi era sempre da sola, non aveva parenti che sapessero, chissà da dove saltava fuori… Ringraziò la donna interrompendo il fiume di parole e uscì. Si fermò un attimo stringendo gli occhi per il sole, vide il prete entrare in chiesa e lo raggiunse. Nella fresca penombra l’uomo gli disse anche lui che quella ragazza era partita senza dire nulla a chicchessia e aggiunse che era stato un sollievo. Perché? Bé, era strana, stava sempre da sola, se le parlavi rispondeva gentilmente, ma si vedeva negli occhi qualcosa di male, come dire, una compassione mista ad ironia. Era un po’ imbarazzato nel pronunciare quelle frasi. E poi non andava in chiesa, aggiunse a mo’ di scusa. Nessuno aveva legato con lei e in paese veniva solo a portare le erbe al farmacista e al droghiere. Lui sorrideva dentro di sé a queste informazioni. Ma se n’era andata.
Mangiò il pane su una panchina vicino alla fontana, vide passare due carri colmi di uva vendemmiata che lasciava il suo odore pungente. Ne chiese un grappolo da mangiare con il pane e glielo diedero.
Il sole gli fece maturare un pensiero.
Andò dal falegname e gli chiese se poteva venire a vedere un davanzale, all’ ultima casa, quella tra i primi alberi del bosco. Quello prima scosse la testa, poi sospirò e annuì: sarebbe venuto l’indomani, disse guardando gli occhi scuri del ragazzo.
Nei giorni seguenti pulì le due stanze, tagliò l’erba, riassestò il pozzo, raccolse la legna e intanto pensava. All’inizio voleva cercarla, ma dove? Era folle.
Si passò il braccio sulla bocca salata di sudore e sorrise mesto. Ormai la casa era a posto. Mancava una cosa sola. Prese il pezzo di legno dipinto appoggiato sul tavolo e uscì. Lo appese a lato della porta. “Danae“, c’era scritto. Un nome breve e liscio. L’aveva saputo dal prete.
Rientrò in casa, nella sera avanzante, accese due candele. Quando sarebbe tornata avrebbe così saputo di essere attesa. Perché era sicuro che sarebbe successo, avrebbe voluto rivedere quei posti, quei boschi selvaggi.
Si avvicinò alla finestra e, questa volta, guardò fuori.
Mike…
Cool! Its really cool….