Un inverno

Un giorno se ne andò anche da lì.
Ad un certo punto scappava, non gli riusciva più di star fermo, di fare ogni giorno la stessa strada. Erano quei tempi in cui si iniziava a camminare e si andava. Si lasciava un posto per un altro, qualcosa si sarebbe trovato. Prendeva del tempo ma era anche così semplice…
Ogni tanto si domandava: perché non sono un pittore? o un fabbro? un musicista? Qualcosa di definito. No, non era così. Più volte si era detto ironico che doveva essere un camminatore, era l’unica cosa che gli veniva da fare, di cui avesse voglia per più di qualche stagione. Ma questo pensiero gli lasciava spesso un sorriso amaro.
Così conosceva moltissime persone, ma con nessuna poteva legarsi davvero. Avevano sparso lacrime alle sue partenze, a volte anche lui, promesse di un ritorno, sincere. Dopo qualche giorno facevano sorridere per l’ingenuità.
Era il periodo di raccolta delle castagne, la gente scendeva a valle.
Anche lui si fermò: erano bei posti, o forse era solo l’autunno. Gli piaceva l’idea di lavorare nel bosco. I castagni avevano tronchi grossi e neri. “E’ una piantagione molto vecchia.” le disse la ragazza con cui stava riempiendo il canestro. Si erano spostati in alto, dove i più anziani facevano fatica ad arrivare. “Si vede.”. Si soffermò su di lei: non l’aveva ancora guardata bene. “Non ricordo il tuo nome.” le disse. “Erica.”. Non poté più pensare i piccoli fiori senza pensare anche a lei.
Il giorno dopo divisero ancora il grosso cesto. Provava piacere nel prendere in mano le castagne, così lucide e lisce. C’era anche un buon odore di foglie bagnate. Ogni tanto lanciava una voce alla ragazza, all’inizio solo per sentire quel tono particolare. “Scendiamo ogni anno per la raccolta. Poi un po’ ce le pagano e il resto lo portiamo a casa. Ci facciamo la farina.”. “Dove abitate?”. Lei si raddrizzò ad indicare al di là degli alberi: “Vedi quella montagna? Il versante dietro.”. Si fece dire della sua famiglia, di com’era il paese, ne aveva molte con sé di quelle descrizioni e le ricordava tutte.
Quello era l’ultimo giorno di raccolta. Gli spiacque più del solito, quella ragazza era stata un compagnia piacevole e la trovava anche bella. Una di quelle bellezze che si mischia con quello che ha intorno, che non si prende tutto lo sguardo. Ma accadde che non dovesse lasciarla subito. Il fratello, conosciutolo, lo invitò a salire in montagna con loro, avevano bisogno di una mano.
Accettò: sarebbe stato bello vedere le case in pietra, basse e accostate, le bestie al pascolo, e tutto quello che gli aveva descritto Erica. E vedere lei in mezzo a tutto.
Fu felice di averlo fatto, l’aria era meravigliosa da respirare. Il giorno lavoravano, c’era da rifare il tetto prima della neve e poi la legna, le capre. La sera, faceva buio presto, stavano assieme davanti al camino e lo pregavano di raccontare loro cosa aveva fatto, come aveva vissuto. Gli piaceva come prima di andare a dormire lei gli stringeva la mano, senza che gli altri vedessero.
Indugiava su di lei, non aveva ancora sentito il bisogno di ripartire. Rifletteva su questo mentre la guardava impastare il pane al mattino, gli occhi ancora pieni di sonno. Gli sarebbe piaciuto chiederle, parlare con lei sola.
Così, senza nemmeno che lui se ne accorgesse, arrivò l’inverno e la neve. Davvero tanta neve. Ogni mattina, guardando fuori dalla finestra, non se ne capacitava. Era splendido, non aveva parole. Si lavorava di meno e così ritornò nelle gambe la frenesia, vecchia amica. “Non puoi andartene adesso.” gli dicevano il fratello e suo padre. “I passi sono bloccati, le strade non esistono più. Nessuno si muove per almeno due mesi.”. Anche la madre glielo diceva: “Qui sei il benvenuto. Rimani con noi anche per la prossima stagione.”. Vedeva Erica allargare un sorriso nascosto a queste parole e allora un po’ si calmava.
Ma in qualche modo doveva sfogare, non era da lui stare a guardare il fuoco. Iniziarono le passeggiate sulla neve. Si vedevano le sue tracce, sci o ciaspole, andare una volta da una parte, una volta dall’altra. Una mattina volle andare con lui anche Erica. Ne fu piacevolmente sorpreso, si sentì lieto come non lo era da molto. Camminare in quel silenzio, il ghiaccio e la neve, bianco e tranquillo, era una buona medicina. Erica lo portò a vedere uno scorcio di valle. Le disse di non aver mai conosciuto un azzurro più pulito. Lei sorrideva, le guance arrossate dal freddo e dalla camminata. Poi spostava incerta lo sguardo: “Almeno tu ne conosci altri. Io ho solo questo.”.
Da quel giorno, ogni volta che c’era il sole, Erica lo accompagnava a camminare. Si spingevano nei luoghi più insoliti e meno frequentati, tornando a casa distrutti. Erica non parlava mai molto, doveva sempre invitarla lui. Stavano seduti su un tronco, godendo del sole: “Hai mai pensato a cosa farai?” chiese lui. “Vuoi rimanere sempre qui?”. Erica aveva scosso la testa: “Non lo so. E’ difficile. Qui è splendido ma… mi sembrerebbe di perdermi molto non allontanadomene mai.”. “Già. Un posto è ancora più bello quando lo ritrovi dopo tanto tempo.”. Lei sollevò il viso come per dire qualcosa e la baciò, con calma. Le labbra erano calde, come le aveva immaginate.
Era un periodo sereno come gliene erano capitati pochi. Doveva essere per Erica.
Le camminate man mano si allungarono, avanzava per ore di proposito e lei sempre dietro. Iniziarono a tornare che imbruniva. Il resto della famiglia non diceva nulla, era chiaro che si fidavano di lui. Le giornate si allungarono impercettibilmente, ma loro rientravano che era ormai buio, guidati dal riverbero della neve. Erica non aveva mai mostrato paura. “Per forza, è casa mia!” gli aveva detto una volta ridendo.
“Guarda: la neve si sta sciogliendo.” le fece notare lui un giorno. E lei un po’ si rabbuiava facendolo sorridere dentro di sé. “I passi tra poco saranno liberi.” le disse un’altra volta prima di aprire la porta ed entrare. Allora lei gli si strinse contro: “Te ne vuoi andare, vero?”. “Sì che me ne andrò, tra non molto ormai.” e la abbracciava.
Nella sua testa era chiaro che sarebbe partita con lui. L’idea di averla sempre al fianco gli dava un battito piacevole al cuore. Ma gli sembrava ogni giorno un po’ più triste. “Cosa c’è?” le chiese un giorno. “Vorrei che la neve non si sciogliesse più e fosse sempre inverno. Così tu rimarresti qui con me.” disse Erica. Le carezzò la guancia: “Ma, sciocchina, tu verrai con me!”. Lo guardò dubbiosa.
Lui era convinto, guardava ogni giorno il sole un po’ più caldo, la neve un po’ più bagnata. Le parlava di tutti i posti in cui sarebbero stati, quello che le avrebbe fatto vedere, mentre lei taceva. “Ma devi dirlo ai tuoi, non manca molto.” e lei annuiva.
Poi un giorno le disse: “Erica, domani partiamo, è ora.”. Si sentiva ormai quasi oppresso da quelle montagne. Era felice di poter ancora camminare, di ripartire, era felice che ci fosse Erica. Ma lei disse piano: “Non lo so se voglio venire.”. “Oh, non ti preoccupare, starai con me.”. Ma il suo viso non si schiarì e lui iniziò a temere che non sarebbe venuta. Nonostante quello che le aveva detto e nonostante ciò che aveva detto lei.
La sera disse alla famiglia che l’indomani sarebbe partito. Tutti se ne dolsero, lo pregarono di fermarsi ancora, di cambiare idea. Lui li ringraziò, ma insistette e intanto guardava Erica che teneva gli occhi pieni di lacrime sul fuoco. Più tardi se la vide arrivare nella sua stanza. “Erica, perché non hai detto nulla prima?” le chiese. Lei scosse forte la testa: “Perchè non rimani qui?”. La guardò sorpreso: “Non posso, lo sai. Te l’ho spiegato.”. Le lacrime le scendevano silenziose. “Io non posso venire!”. “Perchè no? Sì invece! E’ tutto l’inverno che lo diciamo. Anche tu non volevi più star qui.”. Lei scuoteva la testa cocciuta: “Non posso. Come faccio? Rimani per favore!”. Allora lui capì e lo prese il dolore della disillusione. Aveva sbagliato, non era come aveva pensato. “Neanche io posso rimanere.” disse triste. “Sta a te decidere: domani potrai sempre venire con me se ti va.” e la fece uscire gentilmente dalla stanza.
Dormì male. Sapeva che sarebbe dovuto partire di nuovo solo.
Al mattino erano tutti lì fuori per salutarlo. Erica aveva gli occhi rossi. Li ringraziò, aveva trascorso un bell’inverno, sì, li avrebbe ricordati con affetto. Guardò ancora una volta Erica che, muta, lo implorava. Scostò triste lo sguardo -non aveva proprio capito- e con sospiro pesante si voltò e riprese a camminare. Quando fu lontano si voltò: il cuore è sempre l’ultimo a smettere di credere alla felicità. Poi ripartì, pensando a quali fiori gli avrebbe portato la primavera.

 

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