Oggi il “Metro” era tutto pieno di sproloqui sul fatto che anche durante la crisi si può essere felici – anzi!- che proprio grazie ad essa possiamo riscoprire la gioia delle cose semplici. Tipo: dei figli non te ne è mai fregato un cazzo, ma adesso che non ha senso sganciarli alla nonna per andare alle Maldive sei costretto (e per essere felice, mi raccomando, fai finta ti faccia piacere) a passare tempo con loro. Un po’ come la volpe con l’uva. Ma per chi non ce l’ha fatta a plagiarsi ecco l’ennesimo aiuto dall’industria farmaceutica. Ecco un articolo che ci preannuncia l’arrivo di una pillola “per chi è in salute e non cerchi scampo dalla depressione, ma felicità aggiuntiva.”. Cioè, droga. Le sostanze stupefacenti non hanno forse questo effetto? Ma questa non è droga, è una medicina! L’ennesimo progresso della scienza teso a migliorarci la vita. “E’ la variante farmacologica a chi si sottopone alla chirurgia estetica” dicono. Difatti è noto, o quantomeno sospetto, a chi non sia deficiente, che la chirurgia estetica è cosa da guardare con diffidenza, quando non realmente necessaria. Cosa fa? Indebolisce lo spirito, fornendo una soluzione chiururgica di un problema psicologico, appiattendo l’autostima (quella verso se stessi non quella verso il proprio corpo) come gonfia i seni e rialza i glutei. Ma la chirurgia estetica ha un grosso freno per noi comuni mortali: il costo. Una pillolina, non invasiva, di costo non eccessivo, è il suo rimpiazzo ideale. Ma la felicità, come ogni sensazione umana, non è mai assoluta e chiama e richiede a gran voce tristezza e scontentezza. E per soffocare questi echi l’unica soluzione è prendere una pillolina in più del solito, esattamente come accade con le droghe, esattamente come accade con la chirurgia estetica. Non ci avevate mai fatto caso? Le persone si divido quasi completamente in due gruppi, quelle che non mai capitate sotto il bisturi del chirurgo estetico e quelle che si sono rifatte da capo a piedi. Ma anche se si potesse, anche se non ci fossero effetti collaterali, vorremmo veramente eliminare l’infelicità? E’ l’infelicità che ci sprona a cambiare le cose che ci sono intorno, è la rabbia che ci porta a distruggere e ci permette di ricostruire. Sono i sentimenti e le sensazioni che portano a guerre, a cambiare il posto di lavoro, ad uccidere l’amante, ma sono le situazioni che permettono di evolvere, che hanno portato all’invenzione della penicilina, alla scoperta dell’atomo e alla medicina ed alla farmacologia. Ed adesso uno dei tanti figli della tristezza vorrebbe far fuori la madre per prendersi l’eredità, per cacciarci tutti in un mondo alla Huxley, dove non c’è tristezza perché non c’è gioia, o almeno a farci diventare tutti futuri consumatori di antidepressivi.